venerdì 24 gennaio 2020

AVVISO DISSERVIZIO a Venezia


Causa “bomba Day” a Venezia il prossimo 2 febbraio (disinnesco di un ordigno bellico a Marghera), saranno sospesi i collegamenti Terraferma - Città storica dalle ore 6:00 alle 11:30, causando disagi anche ai fedeli di San Simon Piccolo.
Proprio quel giorno è prevista una Santa Messa solenne “in terzo” alle ore 11:00 per la ricorrenza liturgica della 
Candelora.

(photo by @marta_serenissima)

giovedì 23 gennaio 2020

AVVISO SACRO: Santa Messa ad Oriago di Mira (Venezia)


Si avvisa che domenica prossima 26 gennaio 2020 si terrà una Santa Messa letta con omelia presso la chiesa di San Pietro Apostolo alle ore 16:00 presso la chiesa di San Pietro ad Oriago di Mira (Venezia) in occasione della terza domenica dopo l'Epifania.

(photo by Alessandro Franzoni)

mercoledì 22 gennaio 2020

Musica Sacra e Liturgia. Il canto gregoriano. (A.Porfiri)



Il canto “gregoriano”

Cominciamo col dire, che possiamo far cominciare tutta la storia riguardante questo repertorio nel…1950 (per modo di dire, ovviamente). Già, proprio in quell’anno si svolge a Roma un Congresso Internazionale di musica sacra. E in quel congresso, un noto studioso del repertorio monodico della chiesa latina, Bruno Stablein, presenta delle tesi che smuoveranno non poco il mondo degli studiosi della nobile materia. Insomma, dimostra l’esistenza di un repertorio precedente quello che noi oggi chiamiamo canto gregoriano (Philippe Bernard, “Sur un aspect controversè de la riforme Carolingienne: “Vieux-Romain” et “Gregorienne”” in Ecclesia Orans, n.7 – 1990, pagg. 163-189 e : Philippe Bernard,  « Bilan historiographique del question de rapports entre les chants « Vieux-Romain » et « gregorien » » in Ecclesia Orans, 11 – 1994, pagg. 323-353; Questi due articoli ci servono come base per esporre la problematica inerente il rapporto tra il canto gregoriano e il romano-antico, dimostrando praticamente quello che tutti sanno (o quasi), cioè l’enorme disomogeneità di quello che talvolta viene considerato un blocco monolitico  ponendo la questione della tradizione del canto liturgico, un discorso del resto sviluppato con studi forse non molto conosciuti nel mondo musicologico italiano dallo studioso francese Jacques Viret).
Già nel passato, altri autori (Cardinal Giuseppe Maria Tomasi di Lampedusa, Domenico Giorgi, Raphael Andoyer) avevano notato dei manoscritti tardivi ma di origine romana non ascrivibili al repertorio classico del canto gregoriano. Li notò anche il celebre gregorianista Dom Mocquerau, nel 1890, durante un suo viaggio in Italia con Dom Cabrol. Qui, a Roma, nella Biblioteca Vaticana, scoprirono due manoscritti diversi dagli altri, il Vat. Lat. 5319 e l’Arch S. Petri F22 (queste sono le sigle con cui sono conosciuti). Il noto studioso però, non sembrò ravvisare tracce di antichità rispetto al gregoriano classico e li definì una “forma imbastardita e senza interesse”, posteriore all’epoca classica gregoriana. In questo caso, non aveva visto giusto. Egli riconobbe che quei manoscritti erano stati in uso, ne riconobbe l’origine romana, ma come visto sopra, li ritenne una specie di editio Medicea ante litteram (presto la incontreremo). Come detto, altri studiosi in seguito formuleranno ipotesi su questo repertorio. Il principale sarà proprio Bruno Stablein.
Egli formula questa ipotesi: il canto Vecchio Romano è più antico del gregoriano che non ha che qualche legame indiretto con Gregorio Magno. Il secondo è la trasformazione del primo che è avvenuta all’epoca di Papa Vitaliano (657-672). Stablein fonda le sue ipotesi anche su una letteratura di epoca medioevale che riconosce a questo Papa una grande opera di riforma della “cantilena” romana (“Zur Frühgeschichte des römischen Chorals” in Atti del congresso internazionale di musica sacra (Roma, 25-30 maggio 1950) in Philippe Bernard, “Sur un aspect…” pag. 166-168). J. Smits Van Waesberghe riconosce il Vecchio Romano (o Romano antico, questi i nomi con cui viene identificato ora) come antecedente al gregoriano e asserisce che il primo è il repertorio della schola pontificia (quella che oggi chiameremmo Cappella Sistina) mentre il gregoriano è una versione monastica usata nelle Basiliche romane. Questo fatto farebbe supporre una rivalità tra la cappella pontificia e i cori monastici nelle basiliche romane. L’epoca in cui tutto questo si svolge sarebbe sempre quella di papa Vitaliano (“’De glorioso officio…Dignitate Apostolica’ (Amalarius): “Zum Aufbau des Groß-Alleluia in den Päplistchen Osterverspern”, contenuto in “Essays presented to Egon Wellesz, Oxford 1966 in Philippe Bernard, “Sur un aspect…” pag. 168-169). Ora ci si potrebbe chiedere l’origine di questo repertorio precedente e perché si è trasformato in quello che noi oggi definiamo canto “gregoriano.”

L’antica liturgia romana

Nell’antica liturgia Romana, c’erano cerimonie liturgiche che le erano proprie e che poi verranno perse durante la riforma carolingia. Queste sono, per esempio, i Vespri festivi della domenica di Pasqua e della settimana detta in albis e le doppie mattine nelle principali feste. Bene, queste sono presenti nei manoscritti in nostro possesso del canto V.R. (a quelli già nominati dobbiamo aggiungere il Codice Bodmer 74 (graduale), Add. 29988, British Museum, Londra (antifonario) e il Vat. Arch S. Petri B. 79 (antifonario)) ma non sono presenti in quelli gregoriani. Nella liturgia romana si ometteva la messa “Omnes gentes” nella settima domenica dopo la Pentecoste. In effetti questa messa non è presente nei manoscritti del V.R. ma lo è in quelli gregoriani. Un altro punto di osservazione importante è quello dell’Avvento, che entrerà nella liturgia romana solo nel VI secolo circa (Aurelio Porfiri, “L’avvento a Roma”, in “Strenna dei Romanisti”, Fondazione Besso, Roma 2002). Esso presenta delle particolarità musicali che permettono uno studio delle differenze tra il V.R. e il gregoriano. Una prima documentazione fissata su manoscritto  del canto gregoriano la abbiamo solo nel secolo VIII. Nell’ “Antiphonale Missarum Sextuplex”, Dom Renè-Jean Hesbert ha raccolto quelli che possiamo considerare come le più antiche raccolte di antifone per la messa a nostra disposizione (antifonari). Essi sono: Cantatorium di Monza (secolo VIII-IX), Graduale di Rheinau (intorno all’800), Graduale di Mont-Blandin (secoli VIII-IX), Graduale di Compiègne (seconda parte del secolo IX), Graduale di Corbie (successivamente all’853), Graduale di Senlis (secolo VIII-IX). Questi antifonari contenevano i testi ma non le melodie che, mi preme ricordarlo, fino a quel momento si erano diffuse per tradizione orale. Uno di questi manoscritti, il Graduale di Corbie, accanto alle antifone di introito e di comunione porta la dicitura del modo in cui venivano cantate e che serviva per indicare il modulo salmodico su cui venivano eseguiti i versi (Alberto Turco, “Il canto gregoriano – Corso fondamentale”, Edizioni Torre d’Orfeo, Roma 1991 pagg.23-26; peril panorama storico successivo al romano-antico, abbiamo attinto anche a questo prezioso volume e ai successivi scrittida uno degli studiosi italiani più conosciuti e attendibili nella materia che stiamo trattando). Tra i secoli X e XI (o qualcosa prima), si comincia segnare sopra il testo delle indicazioni che servivano a ricordare l’andamento della melodia. Prima questi segni (neumi) sono disposti in campo aperto, cioè senza il rigo musicale. Via via questa notazione si farà sempre più precisa, adottando varie soluzioni come i righi colorati per indicare meglio la posizione del semitono. Dobbiamo comunque notare già dai primi manoscritti che hanno una notazione, che il canto gregoriano era già un repertorio evoluto, quindi faceva prevedere un elaborazione precedente molto lunga.
Cosa è successo al nostro canto V.R. durante la rinascita carolingia? Esso viene adottato dai franchi, ma non passivamente. Essi conservano la struttura del V.R. ma immettono le loro ornamentazioni. Da questo incontro nasce il canto che correttamente può essere definito “Romano-franco” e che noi, impropriamente, definiamo canto gregoriano. Il canto V.R., verrà successivamente abbandonato e sopravviverà nei pochi manoscritti che sono a tutt’oggi a nostra disposizione. Almeno questa è la teoria plausibile per dare conto delle origini del canto gregoriano, secondo una certa scuola musicologica francese.
Dopo il mille, in modo speciale (senza dimenticare di almeno citare Guido d’Arezzo), si assisterà ad una fioritura di inni, sequenze e tropi che si potrebbe definire straordinaria. Migliaia e migliaia di queste composizioni musicali e letterarie escono da monasteri e scholae varie, tanto che il Concilio di Trento, alcuni secoli dopo, dovrà metterci un freno e salvarne solo un numero enormemente più ridotto. Ma nel XVI secolo avviene anche un altro fatto molto importante per il “gregoriano”: la cosiddetta editio Medicea.

L’editio medicea

Secondo i nostri antenati rinascimentali, e più precisamente su impulso decisivo del papa Gregorio XIII, era necessario depurare il canto gregoriano dai “barbarismi”; quindi, furono incaricati nel 1577 dei noti musicisti affinché ne approntassero un’edizione, secondo loro, più corretta. Il lavoro verrà compiuto nel 1614 e uscirà con questa dicitura: “Graduale…cum cantu Pauli V, Pont. Max., iussu reformato.” Questa edizione verrà esecrata poi dai moderni studiosi del canto liturgico, in quanto ritenuta colpevole di aver mutilato l’originale purezza delle melodie gregoriane. Intanto però, per vari secoli essa và avanti, tanto che nel 1848, in un’edizione fatta a Malines, sarà ancora la Medicea ad essere presa come base. L’edizione di Malines, a sua volta, sarà presa per un’edizione approntata dall’editore Pustet di Ratisbona e curata dal celebre musicologo tedesco Franz Xavier Haberl (che ne sarà strenuo difensore). La Santa Sede concede la sua approvazione a questa edizione e il permesso di pubblicarla per 30 anni (facendone quindi una sorta di edizione ufficiale del canto liturgico) a cominciare dal 20 gennaio 1871.

Solesmes

Ma a questo punto c’è un altro colpo di scena: un abate benedettino, nella metà del XIX secolo decide di ridare vita alla congregazione di Solesmes. E uno dei mezzi più importanti che utilizza è proprio quello dalla restaurazione del canto liturgico secondo la lezione dei manoscritti. Questo abate risponde al nome di dom Prospero Gueranger. Per questa restaurazione della lezione originale delle melodie, incarica alcuni suoi monaci, come dom Jaussions, dom Pothier (autore del celebre libro sull’argomento “Le melodie gregoriane”) e dom Mocquerau. Proprio quest’ultimo, che abbiamo già incontrato precedentemente, capisce che se si voleva contrastare l’editio Medicea e scongiurare il rinnovo del privilegio allo scadere del tempo concesso dal Papa, si doveva dimostrare l’inattendibilità della stessa e la conseguente affidabilità dei manoscritti medioevali. A questo scopo, egli da vita alla “Paleographie musicale”, in cui riproduce i più antichi manoscritti che aveva a disposizione per dimostrare quanto essi si allontanassero dalla più moderna edizione rinascimentale. Il primo libro di questa serie uscirà nel 1889 e sarà la riproduzione del graduale Sankt Gallen, Stiftsbibl. 339. Questa prima uscita darà anche importanti conferme paleografiche riguardo al Liber Gradualis edito da Solesmes nel 1883. I sostenitori della medicea però, non dandosi vinti, sostengono che con un solo documento paleografico non si poteva sostenere alcuna tesi. A questo punto, dom Mocquerau, nei numeri II e III della “Paleographie musicale”, mostra esclusivamente il graduale “Iustus ut palma” nelle più svariate fonti manoscritte, rendendo così evidenti le concordanze. Successivamente, per farla breve, la scuola solesmense prevarrà, facendo di questo monastero francese il centro di riferimento per quanti oggi coltivano questo repertorio. Per quanto riguarda l’appellativo “gregoriano” con cui è conosciuto questo canto (e che anche io uso per comodità), possiamo dire che esso fu dato alcuni secoli dopo san Gregorio Magno, per riconoscergli senz’altro un’autorità morale e liturgica molto grande. Gli studiosi moderni non credono più che egli avesse avuto un ruolo preponderante nello sviluppo del canto liturgico, anche se non è da escludere (viste le attestazioni molteplici che anche alcune fonti medioevali fanno in questo senso) un suo ruolo importante per la riorganizzazione della sua Schola cantorum. Ma anche qui molti dubbi rimangono.

Conclusione

Quello che ci sembra evidente, in questa rapidissima galoppata nelle vicende del canto liturgico detto “gregoriano”, è il panorama storico estremamente disomogeneo, cosa anche comprensibile parlando della storia di un repertorio che si estende per circa 1500 anni. Un repertorio che va dagli antichi graduali cantati dai solisti delle scholae nel medioevo, alle melodie che ancora noi oggi cantiamo e composte anche non molti decenni fà. Come si vede un arco compositivo amplissimo che dovrebbe invitare ad una salutare prudenza quando si parla di “canto gregoriano” come un tutt’uno. Chi un poco ne conosce sa delle differenze stilistiche fra quello che si cantava nel VII secolo e quello che si cantava nel XIII secolo. Inoltre non si possono dimenticare i molti punti aperti ancora all’attenzione degli studiosi in tutto il mondo.

Aurelio Porfiri

martedì 21 gennaio 2020

21 gennaio: Sant'Agnese


Lorenzo Gramiccia, Sant'Agnese, XVIII secolo.
In primo piano Madonna processionale.
Dalla chiesa di San Simeon Grando a Venezia.

(photo by Alessandro Franzoni)





Complesso Monumentale di sant'Agnese fuori le Mura, Roma.

(photo by Agnese B.)


Omelia del card Muller, 21/01/2020
Chiesa di sant'Agnese in Agone, Roma.

Ciò che ci affascina nei giovani d’oggi non è soltanto il loro aspetto grazioso, ma anche il loro rendimento sportivo o scolastico e la loro apertura al futuro. Alcuni diventano persino dei modelli per la loro generazione. La sedicenne svedese Greta Thunberg, per esempio, è diventata un’icona del movimento ambientalista mondiale. Preghiamo dunque affinché il battage mediatico creatosi attorno a lei non finisca per nuocerle. 

La dodicenne fanciulla romana Agnese, invece, non è un idolo effimero del suo tempo, ma un ideale imperituro della fede cristiana. Ella ancora oggi, 1700 anni dopo la sua morte, non è dimenticata. I cattolici di tutto il mondo ammirano questa ragazza per il suo eroismo e la venerano come santa. In merito alla sua morte patita in fedeltà a Dio, il grande Padre della Chiesa sant’Ambrogio di Milano affermò: «Ecco pertanto in una sola vittima un doppio martirio, di purezza e di religione. Ed ella rimase vergine e ottenne il martirio» (De Virg. II, 9).

Già da bambina Agnese seppe distinguere chiaramente tra l’unico vero Dio e i tanti falsi idoli venerati dai pagani. Il mondo è stato creato per l’uomo, gli serve da abitazione e fonte per procurarsi il cibo. L’uomo esiste in virtù di se stesso ed è creato naturalmente orientato verso Dio, Colui nel quale soltanto il nostro cuore trova riposo. Coloro che sono creati a immagine e somiglianza di Dio vivono nella consapevolezza della loro dignità di essere figli e figlie di Dio. E perciò non temiamo né le forze distruttive della natura, né i capricci del destino o l’ira dei tiranni. Non pratichiamo un culto della personalità dei ricchi, belli e potenti. La gloria del mondo è passeggera e tutti gli uomini sono mortali. «Perché il salario del peccato è la morte; ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 6, 23).

A Roma i primi cristiani avevano raggiunto la libertà della fede nell’unico Dio, sacrificando la loro vita nella lotta contro una strapotenza pagana pressoché invincibile, che trovò espressione nel culto dell’imperatore, nell’alta cultura degli eruditi e nella mentalità superstiziosa delle grandi masse. Non ricadendo nelle vecchie forme di culto dei futili idoli e delle loro immagini e statue in legno, pietra e metallo, seguiremo il loro esempio: «Non chiameremo più “dio nostro” l’opera delle nostre mani» (Os 14,4). L’idolatria non è un’eccitante immersione nelle culture esotiche e nei loro riti di fertilità con connotazioni sessuali. Infatti, la fede negli dei e nei demoni e l’invocazione degli elementi da parte degli sciamani oscura la verità della salvezza e cioè il fatto che è mediante Gesù che siamo «liberati dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm 8, 21). 

Sfortunatamente per loro, molti uomini del nostro tempo hanno dimenticato o deliberatamente tagliato le loro radici cristiane. Seguendo una religione sostitutiva neo-pagana, hanno iniziato di nuovo ad “assolutizzare” il cosmo, il nostro pianeta, l’evoluzione, il world wide web, la tecnologia. Si comportano come se queste realtà passeggere potessero dare all’uomo la ragione ultima e il sostegno di cui ha bisogno. Nella loro stoltezza pagana si congratulano per la presunta “conoscenza scientifica” che l’uomo sia solo un animale e la morte la fine di tutto. Si fanno beffe della nostra fede nell’imperitura dignità dell’uomo e considerano la resurrezione della carne una favola per bambini, ignorando il fatto che già la nostra ragione ci dice che la natura non produce nulla inutilmente. O dovremmo forse credere che il Creatore della natura abbia creato l’uomo invano, dotandolo della perpetua ricerca della verità e dell’inestinguibile anelito alla felicità, soltanto per prenderlo in giro?

Con il sangue della sua giovane vita, sant’Agnese ha testimoniato Cristo, Figlio di Dio e unico Salvatore del mondo. E così ella incoraggia anche noi qui a Roma ed in Europa, a professare la nostra fede cattolica pubblicamente e senza aver paura degli uomini. La fede degli apostoli Pietro e Paolo è la radice della cultura che, da Roma e dall’Italia, ha raggiunto tutta l’Europa, conferendole la sua identità cristiana. Solo nel Cristianesimo c’è un futuro per l’Italia, il neopaganesimo invece condurrà alla sua rovina certa. Ogni possibile dialogo con l’anziano Scalfari è fiato sprecato se l’ateo, nella sua confusione, ne trae la conclusione che il Papa avrebbe negato la divinità di Cristo. Infatti, per quale altra ragione il vescovo romano è il Papa di tutta la Chiesa cattolica, se non perché confessa giorno e notte, con san Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16)?

I cattolici farebbero bene a collaborare con tutti coloro spiritualmente e moralmente in grado di assumersi la responsabilità per il futuro economico, politico, culturale e religioso dell’Europa. L’unica fonte da cui sgorga l’acqua pulita per la rinascita della Città Eterna e di tutta l’Italia è l’immagine cristiana dell’uomo. È più meritevole di fiducia un politico che tiene in alto il rosario in un gesto simbolico di uno che abbatte la croce di Cristo con un gesto concreto. 

Siccome il neopaganesimo nega la concezione dell’uomo come immagine di Dio, esso si rivela anche ostile alla vita. Il Cristianesimo invece ci insegna che ogni vita umana è sacra dal momento del concepimento fino all’ultimo respiro. Perciò la nostra risposta all’aborto e all’eutanasia, al cambiamento di sesso e alla distruzione del matrimonio e della famiglia, può essere solo un categorico no! Per un cristiano non valgono né le ideologie politiche di destra né quelle di sinistra; egli non si lascia sedurre dalle religioni neopagane della natura o accecare dall’ateismo di stampo neoliberale e neomarxista. A un cattolico maturo non si deve dire per quale politico democratico debba votare oppure no. Chi crede in Dio conosce un solo comandamento: l’amore di Dio e del prossimo.

L’Italia e l’Europa avranno un futuro soltanto se punteranno su un rinnovamento culturale, morale e religioso nella fede in Gesù Cristo, Figlio del Dio vivente. Attraverso la sua resurrezione dai morti ha vinto l’odio, il peccato e la morte. E nel segno della Sua Croce si colloca anche la rinascita dell’Italia cattolica. Sant’Agnese, prega Dio per i tuoi romani, per l’Italia cattolica e per l’Europa cristiana. Amen.


Omelia:

domenica 19 gennaio 2020

Seconda domenica dopo l'Epifania a Padova


Santa Messa cantata alle ore 11:00 presso la chiesa di San Canziano (vulgo santa Rita) a Padova (nelle vicinanze di Piazza delle Erbe).
Celebrante don Sergio Zorzi.

(photo and video by Alessandro Franzoni)


Introito (Omnis terra, parte):



https://www.instagram.com/p/B7gHR_iIUBp/




Messa Gregoriana
(Proprio gregoriano)





Alleluja (Laudate Domino):





VANGELO

In illo témpore: Núptiæ factæ sunt in Cana Galilǽæ: et erat Mater Iesu ibi. Vocátus est autem et Iesus, et discípuli eius ad núptias. Et deficiénte vino, dicit Mater Iesu ad eum: Vinum non habent. Et dicit ei Iesus: Quid mihi et tibi est, mulier? nondum venit hora mea. Dicit Mater eius minístris: Quodcúmque díxerit vobis, fácite. Erant autem ibi lapídeæ hýdriæ sex pósitæ secúndum purificatiónem Iudæórum, capiéntes síngulæ metrétas binas vel ternas. Dicit eis Iesus: Implete hýdrias aqua. Et implevérunt eas usque ad summum. Et dicit eis Iesus: Hauríte nunc, et ferte architriclíno. Et tulérunt. Ut autem gustávit architriclínus aquam vinum fáctam, et non sciébat unde esset, minístri autem sciébant, qui háuserant aquam: vocat sponsum architriclínus, et dicit ei: Omnis homo primum bonum vinum ponit: et cum inebriáti fúerint, tunc id, quod detérius est. Tu autem servásti bonum vinum usque adhuc. Hoc fecit inítium signórum Iesus in Cana Galilǽæ: et manifestávit glóriam suam, et credidérunt in eum discípuli eius.

(Vangelo secondo Giovanni 2, 1 - 11)

Traduzione:

In quel tempo: Vi furono delle nozze in Cana di Galilea, e li vi era la Madre di Gesù. E alle nozze fu invitato anche Gesù con i suoi discepoli. Venuto a mancare il vino, la Madre di Gesù disse a Lui: Non hanno più vino. E Gesù rispose: Che ho a che fare con te, o donna? La mia ora non è ancora venuta. Disse sua Madre ai domestici: Fate tutto quello che vi dirà. Orbene, vi erano lì sei pile di pietra, preparate per la purificazione dei Giudei, ciascuna contenente due o tre metrete. Gesù disse loro: Empite d’acqua le pile. E le empirono fino all’orlo. Gesù disse: Adesso attingete e portate al maestro di tavola. E portarono. E il maestro di tavola, non appena ebbe assaggiato l’acqua mutata in vino, non sapeva donde l’avessero attinta, ma i domestici lo sapevano; chiamato lo sposo gli disse: Tutti servono da principio il vino migliore, e danno il meno buono quando sono brilli, ma tu hai conservato il vino migliore fino ad ora. Così Gesù, in Cana di Galilea dette inizio ai miracoli, e manifestò la sua gloria, e i suoi discepoli credettero in lui.


Omelia:



Offertorio (Jubilate Deo):



Communio (Dicit Dominus):



Antifona finale alle Beata Vergine (Alma Redemptoris Mater):





venerdì 17 gennaio 2020

Un'altra finestra sul (buio?) Medioevo.. (n.10)


Dalla chiesa di San Giacomo al Mella (Brescia), lacerti di affreschi quattrocenteschi, da una scena della Crocifissione. In Sagrestia.

(photo by Alessandro Franzoni)







giovedì 16 gennaio 2020

16 gennaio: san Marcello Papa


San Marcello Papa accoglie i penitenti. 
Dal nartece della Basilica di San Pietro al Monte a Civate (Lecco).

(photo by Nicola de Grandi)




VANGELO

In illo témpore: Venit Iesus in partes Cæsaréæ Philíppi, et interrogábat discípulos suos, dicens: Quem dicunt hómines esse Fílium hóminis? At illi dixérunt: Alii Ioánnem Baptístam, alii autem Elíam, alii vero Ieremíam aut unum ex prophétis. Dicit illis Iesus: Vos autem quem me esse dícitis? Respóndens Simon Petrus, dixit: Tu es Christus, Fílius Dei vivi. Respóndens autem Iesus, dixit ei: Beátus es, Simon Bar Iona: quia caro et sanguis non revelávit tibi, sed Pater meus, qui in cœlis est. Et ego dico tibi, quia tu es Petrus, et super hanc petram ædificábo Ecclésiam meam, et portæ ínferi non prævalébunt advérsus eam. Et tibi dabo claves regni cœlórum. Et quodcúmque ligáveris super terram, erit ligátum et in cœlis: et quodcúmque sólveris super terram, erit solútum et in cœlis.

(Vangelo secondo Matteo 16, 13 - 19)

Traduzione:

In quel tempo, Gesù, venuto nella zona di Cesarea di Filippo, interrogava i suoi discepoli: «Chi dicono che sia il Figlio dell'uomo?». Ed essi risposero: «Alcuni Giovanni il Battista, altri Ella, altri ancora Geremia, o uno dei profeti». Disse loro Gesù: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù, in risposta, gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, poiché non la carne e il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io dico a te che tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. E ti darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che avrai legato sulla terra sarà legato anche nei cieli, e tutto ciò che avrai sciolto sulla terra sarà sciolto anche nei cieli».

domenica 12 gennaio 2020

Domenica della Santa Famiglia ad Oriago di Mira (Venezia)


Santa Messa letta con omelia presso la chiesa di San Pietro Apostolo alle ore 16:00 presso la chiesa di San Pietro ad Oriago di Mira (Venezia).

(photo and video by Alessandro Franzoni)












VANGELO

Cum factus esset Iesus annórum duódecim, ascendéntibus illis Ierosólymam secúndum consuetúdinem diéi festi, consummatísque diébus, cum redírent, remánsit puer Iesus in Ierúsalem, et non cognovérunt paréntes eius. Existimántes autem illum esse in comitátu, venérunt iter diéi, et requirébant eum inter cognátos et notos. Et non inveniéntes, regréssi sunt in Ierúsalem, requiréntes eum. Et factum est, post tríduum invenérunt illum in templo sedéntem in médio doctórum, audiéntem illos et interrogántem eos. Stupébant autem omnes, qui eum audiébant, super prudéntia et respónsis eius. Et vidéntes admiráti sunt. Et dixit Mater eius ad illum: Fili, quid fecísti nobis sic? Ecce, pater tuus et ego doléntes quærebámus te. Et ait ad illos: Quid est, quod me quærebátis? Nesciebátis, quia in his, quæ Patris mei sunt, opórtet me esse? Et ipsi non intellexérunt verbum, quod locútus est ad eos. Et descéndit cum eis, et venit Názareth: et erat súbditus illis. Et Mater eius conservábat ómnia verba hæc in corde suo. Et Iesus proficiébat sapiéntia et ætáte et grátia apud Deum et hómines.

(Vangelo secondo Luca 2, 42 - 52)

Traduzione:

Quando Gesú raggiunse i dodici anni, essendo essi saliti a Gerusalemme, secondo l’usanza di quella solennità, e, passati quei giorni, se ne ritornarono, il fanciullo Gesú rimase a Gerusalemme, né i suoi genitori se ne avvidero. Ora, pensando che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di cammino, dopo di che lo cercarono tra i parenti e i conoscenti. Ma non avendolo trovato, tornarono a cercarlo a Gerusalemme. E avvenne che dopo tre giorni lo trovarono nel Tempio, mentre sedeva in mezzo ai Dottori, e li ascoltava e li interrogava, e tutti gli astanti stupivano della sua sapienza e delle sue risposte. E, vistolo, ne fecero le meraviglie. E sua madre gli disse: Figlio perché ci ha fatto questo? Ecco che tuo padre ed io, addolorati, ti cercavamo. E rispose loro: Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi di quel che spetta al Padre mio? Ed essi non compresero ciò che aveva loro detto. E se ne andò con loro e ritornò a Nazareth, e stava soggetto ad essi. Però sua madre serbava in cuor suo tutte queste cose. E Gesú cresceva in sapienza, in statura e in grazia innanzi a Dio e agli uomini.

Omelia:




Raffello, Sacra Famiglia, Museo del Prado a Madrid, Spagna.

Domenica della Santa Famiglia a Padova


Santa Messa cantata alle ore 11:00 presso la chiesa di San Canziano (vulgo santa Rita) a Padova (nelle vicinanze di Piazza delle Erbe).

(photo and video by Alessandro Franzoni)


https://www.instagram.com/p/B7OHDGcoXre/





Introito:



(Proprio gregoriano)



VANGELO

Cum factus esset Iesus annórum duódecim, ascendéntibus illis Ierosólymam secúndum consuetúdinem diéi festi, consummatísque diébus, cum redírent, remánsit puer Iesus in Ierúsalem, et non cognovérunt paréntes eius. Existimántes autem illum esse in comitátu, venérunt iter diéi, et requirébant eum inter cognátos et notos. Et non inveniéntes, regréssi sunt in Ierúsalem, requiréntes eum. Et factum est, post tríduum invenérunt illum in templo sedéntem in médio doctórum, audiéntem illos et interrogántem eos. Stupébant autem omnes, qui eum audiébant, super prudéntia et respónsis eius. Et vidéntes admiráti sunt. Et dixit Mater eius ad illum: Fili, quid fecísti nobis sic? Ecce, pater tuus et ego doléntes quærebámus te. Et ait ad illos: Quid est, quod me quærebátis? Nesciebátis, quia in his, quæ Patris mei sunt, opórtet me esse? Et ipsi non intellexérunt verbum, quod locútus est ad eos. Et descéndit cum eis, et venit Názareth: et erat súbditus illis. Et Mater eius conservábat ómnia verba hæc in corde suo. Et Iesus proficiébat sapiéntia et ætáte et grátia apud Deum et hómines.

(Vangelo secondo Luca 2, 42 - 52)

Traduzione:

Quando Gesú raggiunse i dodici anni, essendo essi saliti a Gerusalemme, secondo l’usanza di quella solennità, e, passati quei giorni, se ne ritornarono, il fanciullo Gesú rimase a Gerusalemme, né i suoi genitori se ne avvidero. Ora, pensando che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di cammino, dopo di che lo cercarono tra i parenti e i conoscenti. Ma non avendolo trovato, tornarono a cercarlo a Gerusalemme. E avvenne che dopo tre giorni lo trovarono nel Tempio, mentre sedeva in mezzo ai Dottori, e li ascoltava e li interrogava, e tutti gli astanti stupivano della sua sapienza e delle sue risposte. E, vistolo, ne fecero le meraviglie. E sua madre gli disse: Figlio perché ci ha fatto questo? Ecco che tuo padre ed io, addolorati, ti cercavamo. E rispose loro: Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi di quel che spetta al Padre mio? Ed essi non compresero ciò che aveva loro detto. E se ne andò con loro e ritornò a Nazareth, e stava soggetto ad essi. Però sua madre serbava in cuor suo tutte queste cose. E Gesú cresceva in sapienza, in statura e in grazia innanzi a Dio e agli uomini.

Omelia:



Durante l'Offertorio (O Lux beata caelitum):



Dopo le Elevazioni (Ave Verum Corpus):



Antifona finale alla Beata Vergine:





sabato 11 gennaio 2020

Santa Messa in cattedrale a Vicenza per mons Rodolfi


Santa Messa letta con cantici presso la Cripta della cattedrale Santa Maria Annunciata a Vicenza.
Interviene la Schola cantorum "Laetificat Juventutem meam".

(photo and video by Alessandro Franzoni)




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VANGELO

In illo témpore: Pastóres loquebántur ad ínvicem: Transeámus usque Béthlehem, et videámus hoc verbum, quod factum est, quod Dóminus osténdit nobis. Et venérunt festinántes, et invenérunt Maríam, et Ioseph, et Infántem pósitum in præsépio. Vidéntes autem cognovérunt de verbo, quod dictum erat illis de Púero hoc. Et omnes, qui audiérunt, miráti sunt: et de his, quæ dicta erant a pastóribus ad ipsos. María autem conservábat ómnia verba hæc, cónferens in corde suo. Et revérsi sunt pastores, glorificántes et laudántes Deum in ómnibus, quæ audíerant et víderant, sicut dictum est ad illos.

(Vangelo secondo Luca 2, 15 - 20)

Traduzione:

In quel tempo, i pastori dicevano l'un l'altro: «Andiamo fino a Betlemme a vedere l'evento che si è compiuto e che il Signore ci ha manifestato». In fretta si avviarono e trovarono Maria, Giuseppe, e il bambino adagiato nella mangiatoia. E, vedutolo, fecero conoscere ciò che loro era stato detto del bambino. Quanti poi li udirono, si stupirono di ciò che dicevano loro i pastori. E Maria conservava tutte queste cose, meditandole in cuor suo. E i pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto ciò che avevano udito e veduto, conforme a ciò che era stato detto loro.

Omelia:





Canto all'Offertorio (Tollite Hostias, C.Saint-Saens):



Canto dopo le Elevazioni (O Sacrum Convivium, L.Molfino):



Canto alla Comunione (Adoro Te devote, gregoriano - D.Bartolucci):



Canto dopo la Comunione (Jesu Rex admirabilis, G.P.da Palestrina):






Antifona finale alla Beata Vergine:







venerdì 10 gennaio 2020

10 gennaio: beato Gregorio X (Arezzo)


(foto dal Web)






IN BREVE

Oggi 10 gennaio 2020, si festeggia ad Arézzo, nella Toscana, il beato Gregorio decimo, nativo di Piacènza, il quale, da Arcidiacono di Liégi eletto Sommo Pontefice, celebrò il secondo Concilio di Lione, ricevette i Greci nell'unità della fede, compose i dissidi dei cristiani, deliberò la riconquista della Terra Santa e si rese sommamente benemerito di tutta la Chiesa, che governò santissimamente.
Siamo agli inizi del 1271, e si fatica a trovare un successore di Papa Clemente IV, morto il 29 novembre 1268. Riuniti in conclave a Viterbo da oltre due anni, i cardinali non riescono ad accordarsi a causa dei veti incrociati posti dalle dinastie angioina (Francia) e sveva (Germania), allora intente a contendersi la nostra penisola. Vane si rivelarono le pressioni esercitate dai magistrati di Viterbo, tanto da rendersi necessaria una sorta di insurrezione popolare che portò a tagliare i viveri ai cardinali ed a scoperchiare il tetto del palazzo.
Nessuno dei cardinali papabili risultava gradito ad ambo le fazioni, ma un’idea del grande Dottore francescano, San Bonaventura, lasciò intravedere uno spiraglio: “Facciamo Papa uno che non sia cardinale”. Fu così che il 1° settembre 1271 venne eletto al soglio pontificio Tedaldo Visconti. Era nato a Piacenza nel 1210, non era neppure sacerdote, pur avendo la dignità di arcidiacono di Liegi ed essendo stato segretario di cardinali, nonché diplomatico esperto. Al momento dell’elezione si trovava in Palestina, cappellano dei crociati, dove lo raggiunsero i messaggeri onde comunicargli la sbalorditiva notizia; “Ti hanno fatto Papa, devi venire a Roma!”. Solo il 27 marzo seguente poté a Roma essere consacrato vescovo ed incoronato Papa, assumendo il nome di Gregorio X.
Anziché rimanere vittima delle lotte tra fazioni, suo ambizioso programma fu la liberazione della Terra Santa, impegnando in questa impresa i cristiani d’Oriente e Occidente, già lacerati da secolari divisioni. Onde ricomporre le divisioni tra i cristiani e raggiungere l’ambizioso obiettivo, convocò il secondo Concilio Ecumenico di Lione, cui presero parte anche i rappresentati Ortodossi. Papa Gregorio X scelse come suoi teologi San Tommaso d'Aquino, che morì prima di arrivare, e San Bonaventura da Bagnoregio, che invece morì a Lione.
Fu stabilita la riunificazione delle Chiese, che però non si concretizzò nei fatti. Si teorizzò una nuova crociata, ma non si giunse a liberare proprio nulla. Il papa avrebbe desiderato parteciparvi in prima persona, ma morì presso Arezzo nel viaggio di ritorno a Roma il 10 gennaio 1276, ormai stanco ed ammalato.
Uomo delle grandi imprese non adempiute, non manco però il fiorire di uno spontaneo culto popolare verso la sua figura a Liegi, Lione, Piacenza e Arezzo, meritandogli così la beatificazione da parte di Clemente XI nel 1713. Le sue reliquie riposano ancora oggi nella cattedrale di Arezzo.


Zurbaran, Papa Gregorio rende omaggio a San Bonaventura, olio su tela, ora al Museo del Louvre, Parigi.