Per contribuire al mantenimento del Blog

Per contribuire al mantenimento del Blog
Per contribuire al mantenimento del Blog, fai click sul logo PayPal:

sabato 24 giugno 2017

24 giugno: Natività di san Giovanni Battista


Santa Messa letta
(FSSP - Venezia)

Inizio del Canone

Te igitur, clementissime Pater....

(FOTO by Alessandro Franzoni)


Per sostenere il Blog:

venerdì 23 giugno 2017

Messa in alpeggio

Con gioia documentiamo questa bella iniziativa,
di una Santa Messa celebrata in alpeggio con un gruppo di fedeli del Veneto,
da parte un sacerdote amico del Coordinatore del Blog dal lontano 2011.







Deo gratias!

Per sostenere il Blog:


domenica 18 giugno 2017

Solennità esterna del Corpus Domini


Ancignano di Sandrigo (Vicenza)

Santa Messa cantata della
Solennità esterna del Corpus Domini.

Con processione nella frazione, un gran concorso di popolo del locale coetus e una Prima Comunione.

Grazie don Fabrizio!

(FOTO by Alessandro Franzoni)

Prima del Vangelo, il canto della famosa
Sequenza Lauda Sion Salvatorem:

venerdì 16 giugno 2017

martedì 13 giugno 2017

13 giugno, sant'Antonio da Padova


Responsorio "Si quaeris"

Questa preghiera di lode - o responsorio - in onore di Sant'Antonio fu composta da fra Giuliano da Spira. Il responsorio fa parte dell'Officium rhythmicum s. Antonii, che risale al 1233, due anni dopo la morte del Santo.


Se cerchi i miracoli,
ecco messi in fuga la morte, l’errore, le calamità e il demonio;
ecco gli ammalati divenir sani.

Il mare si calma, le catene si spezzano;
i giovani e i vecchi chiedono e ritrovano la sanità e le cose perdute.

S’allontanano i pericoli, scompaiono le necessità:
lo attesti chi ha sperimentato la protezione del Santo di Padova.

Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo.
Come era nel principio e ora e sempre, nei secoli dei secoli.
Amen.


Si quæris miracula
mors, error, calamitas,
dæmon, lepra fugiunt,
ægri surgunt sani.

Cedunt mare, vincula,
membra, resque perditas
petunt, et accipiunt
juvenes, et cani.
Pereunt pericula,
cessat et necessitas;
narrent hi, qui sentiunt,
dicant Paduani.

Cedunt mare, vincula,
membra, resque perditas
petunt, et accipiunt
juvenes, et cani.
Glória Patri et Filio et Spíritui Sancto.
Sicut erat in princípio,
et nunc et semper
et in sæcula sæcolorum.



(FOTO: Basilica di Santa Maria Gloriosa dei Frari a Venezia, altare barocco nella cappella di sant'Antonio da Padova, scultura di Giacomo di Caterino, 1450 ca)


Per sostenere il Blog:

domenica 11 giugno 2017

Domenica della Santissima Trinità



 




Santa Messa Solenne celebrata da mons Marco Agostini
Chiesa di Santa Maria
Padenghe sul Garda (Brescia)

(FOTO by Alessandro Franzoni)

sabato 10 giugno 2017

Sabato della Quattro Tempora di Pentecoste (I. Shuster)

Stazione a San Pietro

(Stazione a Santo Stefano sul Colle Celio).

Le sacre ordinazioni e la vigilia di questa notte a San Pietro, attestateci dai documenti fin dal V secolo, volevano affermare l'idea romana che ogni potestà ecclesiastica deriva dall'Apostolo, cui Dio consegnò le chiavi del regno dei cieli. Quando però nel VII secolo a cagione dell'ottava solenne di Pentecoste, il digiuno dei IV Tempi d'estate venne differito d'alcune settimane, invece che a San Pietro, venne istituita la stazione a Santo Stefano sul Celio, cambiamento per altro che non incontrò troppo favore, tanto che nel secolo XI si ritornò alla tradizione primitiva.
Le sei lezioni scritturali che precedono il Gloria della messa in parte si riferiscono alla solennità della Pentecoste, e in parte al digiuno del IV mese, come lo chiamava san Leone Magno; esse rappresentano una specie di compromesso e di fusione dei due riti.
Altre volte la vigilia durava tutta la notte e vi si leggevano 12 lezioni così in latino che in greco, ma ai tempi di Gregorio Magno venne raccorciata e ridotta a più sobri limiti, quali son descritti nell'odierno Messale.


L'introito è derivato dall'Epistola ai Romani (Rom. V, 5). «L'amor di Dio si è difluso nei nostri cuori - sia lode a Iahvè - per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato concesso. Lodate, lodate Iahvè».
Segue il salmo 102: «Anima mia, e tutte le mie interne facoltà, benedite il Signore, e il suo santo nome».
Dio per farsi amare dall'uomo elevato alla grazia della figliazione divina, ha messo nel di lui petto il proprio cuore, e questo cuore dell'augusta triade, è il Paraclito.
Segue la prece litanica: Kyrie eleison; quindi invece d'intonare l'inno angelico, si recita la seguente colletta di carattere squisitamente Trinitario. La Sapienza a cui s'accenna, è il Verbo di Dio; la Provvidenza poi è l'eterno Padre.
(Prima della I Lezione): Oremus. Mentibus nostris, quaesumus, Domine, Spiritum Sanctum benignus infunde; cuius et sapientia conditi sumus, et providentia gubemamur. Per Dominum.
Preghiera. Infondi benigno, o Signore, nel nostro cuore quel tuo divino Spirito, la cui sapienza ci trasse dal nulla e la cui provvida cura ci governa. Per il Signore.
La lettura è tratta da Ioel e riporta quel passo cui appunto si riferiva l'apostolo Pietro nel suo primo discorso agli Ebrei la mattina di Pentecoste. Trattasi dell'effusione dello Spirito Santo sulla Chiesa universale, la quale appunto inizia coll'era messianica l'ultima età del mondo che prepara poi la finale parusia colla catastrofe del presente cosmos. [Omettiamo il testo della lettura]
Ricordiamo nuovamente per intelligenza del sacro rito vigiliare che in antico al termine d'ogni lezione seguiva ordinariamente il canto d'un salmo responsoriale; indi, dopo l'invito del Sacerdote o del diacono alla preghiera privata: Oremus. Flectamus genua, i fedeli si prostravano a pregare tacitamente ognuno da sè. Il diacono poi dava di nuovo il cenno di sorgere in piedi (Levate) per accompagnare col cuore la preghiera sacerdotale. Questa riceveva il nome di colletta, in quanto che il sacerdote riassumeva in una breve formola i voti di tutta l'assemblea, e cosi uniti li presentava a Dio.
«Lode a Iahvè» (Giov. VI, 64) «Lo Spirito è quello che ravviva; chè la carne non giova a nulla». - Cioè la sola natura abbandonata a se stessa è incapace di meritare per la vita eterna. Però se il corpo si presta docile strumento dell'anima fedele accesa di carità e di zelo per Iddio, allora anche la carne entra a parte come dei meriti, cosi del premio e della gloria dell'anima. La salmodia termina colla seguente colletta:
(Dopo la I lezione): Oremus. Illo nos igne, quaesumus, Domine, Spiritus Sanctus inflammet, quem Dominus noster Jesus Christus misit in terram et voluit vehementer accendi: Qui tecum.
Preghiera. Lo Spirito Santo c' inifiaimmi, o Signore, di quel fuoco d'amore che arrecò il Signore nostro Gesù Cristo, e volle che ardesse con ogni veemenza nel cuore dei fedeli: Il quale teco.
La II lezione non si riferisce affatto al dono dello Spirito Santo, che pure ha orientato tutta la liturgia durante questa settimana; ma essa doveva probabilmente far parte dell'antico gruppo di lezioni vigiliari, pel digiuno del IV mese, - l'anno si comincia a marzo - quando ancora l'ottava di Pentecoste non era stata istituita. La Pentecoste giudaica, così com'è descritta in questo brano del Levitico, era come una festa di ringraziamento dopo la raccolta, il che corrisponde assai bene all'originario carattere dei IV Tempi di estate nella tradizione liturgica romana. Trattavasi originariamente d'una classica festa campestre alla quale il Cristianesimo ha dato un'orientazione devozionale. [Omettiamo il testo della lettura]
Si offrono al Signore le decime e le primizie per attestare che egli è il padrone universale e che ogni bene derivandoci da lui, deve essere da noi usato a sua maggior gloria.
Segue il verso alleluiatico derivato dalle profezie di Giob. «Lode a Iahvè!» V. (lob, XXVI, 13) «Lo Spirito suo adornò i cieli».
La bellezza del creato ci rivela l'ineffabile amore di Dio per la sua creatura; onde giustamente Dante nella Commedia cantò l'amore che muove il sole e l'altre stelle.
Segue la colletta (Dopo la II lezione): Oremus. Deus, qui ad animarum medelam, ieiunii devotione castigari corpora praecepisti, concede nobis propitius, et mente et corpore tibi semper esse devotos. Per Dominum.
Preghiera. Signore, che a rimedio delle anime hai ordinato di castigare i corpi con un devoto digiuno, fa che la mente e il cuore nostro siano a te consacrati. Per il Signore.
Infatti, mentre digiuna lo stomaco, anche il cuore, l'anima, la volontà debbono digiunare astenendosi da tutto quello che offende la santità a cui ci chiama il sacro carattere di figli di Dio, a cui ci ha sublimato il battesimo.
La lezione del Deuteronomio si riferisce parimenti alle primizie del raccolto, che venivano offerte al Signore cinquanta giorni dopo la Pasqua. E' però a notarsi, che il primo manipolo di spighe d'orzo maturo era stato già presentato al tempio fin dal 16 Nisan, il secondo giorno cioè della Pasqua giudaica; cosi questi due sacrifici costituivano come gli estremi termini della sacra cinquantina pasquale, che poi dagli Ellenisti ebbe il nome di Pentecoste, che è rimasto nella liturgia cristiana. [Omettiamo il testo della lettura]
E' più facile prendere dalla mano del Signore i dolori che le felicità. Il dolore mena tante anime a religione, mentre la prosperità a tante fa dimenticare Dio. Bisogna imitare la santità di Giobbe il quale con eguale riconoscenza riceveva dalla mano di Dio cosi le gioie che le pene. Queste non possono più riuscire disgustose, quando si riflette che vengono de manu Domini.
Segue il verso alleluiatico. «Lodate Iahvè». Atti, II, 1. «Stando per compiersi il cinquantesimo giorno, stavano tutti insieme». - Ecco lo spirito di carità fraterna e di concordia, il quale è tra le condizioni più favorevoli per conciliarci i doni di colui che si chiama. Dio di pace e d'amore.
Segue la colletta (Dopo la III lezione): Oremus. Praesta, quaesumus, omnipotens Deus, ut salutaribus ìeiuniis eruditi ab omnibus etiam vitiis abstinentes, propitiationem tuam facilius impetremus. Per Dominum.
Preghiera. Fa, o Signore, che disciplinati da questi salutari digiuni, lungi da ogni peccato, più facilmente possiamo impetrare la tua misericordia. Per il Signore.
La seguente lezione del Levitico ricorda le promesse fatte da Dio al suo popolo, qualora egli si mantenga fedele all'osservanza della legge. E' a notarsi però che, sebbene il peccato sia quello che rende infelici, anche materialmente, gli uomini, e ad un popolo di corta intelligenza e carnale, com'erano gli Ebrei, non si poteva parlare altro linguaggio fuori del benessere materiale, pure il fine della vita, non è la felicità di quaggiù; anzi per il Cristiano la vita presente è quasi la continuazione della Via Crucis di Gesù, per attendere la vera e perfetta beatitudine solo in Cielo. [Omettiamo il testo della lettura]
Segue l'invocazione paracletica: « Vieni, o Spirito Santo », come il giorno di Pentecoste. Quindi si recita la quinta colletta.
(Dopo la IV lezione): Oremus. Pretesta, quaesumus,omnipotens Deus, sic nos ab epulis carnalibus ahstinere, ut a vitiis irruentibus pariter ieiunemus. Per dominum.
Preghiera. Fa', o Signore onnipotente, che astenendoci dai cibi carnali, ci raffreniamo altresì nei movimenti irruenti delle passioni. Per il Signore.
L'ultima lezione, identica a quella dei IV Tempi di dicembre, che chiude regolarmente l'uficio vigiliare, contiene il racconto dei tre giovanetti gettati da Nabucodònosor nella fornace di Babilonia.
Questo racconto era sì popolare ai primi fedeli, che noi lo vediamo pur oggi espresso in mille pitture e sculture dei primi quattro secoli.
Il cantico che seguiva, detto delle Benedizioni, serviva quasi di transizione tra l'ufficio della vigilia e la messa propriamente detta; però questa volta, a cagione forse dell'alleluia pasquale che lo precede, esso ha perduto la sua originaria natura di canto responsoriale, ed è rimasto come atrofizzato, essendo stato ridotto all'unico versetto iniziale. Negli altri sabati dei IV Tempi lo ritroviamo tuttavia per intero.
«Lode a Iahvè. Sii tu benedetto, o Dio, Signore dei nostri padri, degno di lode per tutti i secoli».
Il Gloria che segue, in origine era anch'esso un canto di transizione tra la vigilia notturna e la messa; oggi però è fuori di posto, giacché viene a separare la lezione e il cantico di Daniele dalla bella colletta che si riferisce appunto ai tre giovanetti di Babilonia liberati miracolosamente dall'Angelo pei meriti della loro eroica fede nel non volersi prostrare ad adorare l'idolo regio.
(Dopo la V lezione): Oremus. Deus, qui tribus pueris mitigasti flammas ignium, concede propitius, ut nos famulos tuos non exurat flamma vitiorum. Per Dominum.
Preghiera. O Signore che mitigasti l'ardore delle fiamme ai tre giovanetti, fa che noi tuoi servi non arda il fuoco delle passioni. Per il Signore.
Ecco la vera fornace che pone alla prova i fedeli di Gesù Cristo: sono le passioni, il fuoco della sensualità, della superbia, dell'amor proprio. Chi ha fede, passa illeso attraverso queste fiamme, mentre chi non l'ha, vi soccombe.
Segue un brano dell'Epistola ai Romani, ove a brevi tratti, ma vigorosi, è descritta tutta l'essenza della vita cristiana, la rigenerazione cioè per mezzo della fede in Gesù Cristo, la speranza nella futura eredità del cielo, la quale ci spetta in forza del nostro carattere di figli di Dio, e la carità che ci è trasfusa dal divino Paraclito.
Dopo la lezione di san Paolo, si recita il salmo (Tractus) 116, come di regola in tutti i sabati dei IV Tempi.
Originariamente il tractus rappresentava la forma salmodica festiva della Chiesa Romana, prima dell'introduzione del versetto alleluiatico ai tempi di san Gregorio. Le messe feriali erano prive del tratto, ma esso si ritrova nel sabato dei IV Tempi, giacché queste messe originariamente erano delle vere messe domenicali, ed avevano un carattere festivo. Il salmo 116 dopo compiute le sacre ordinazioni ha il significato d'un vero canto di ringraziamento al Signore.
Nel VII secolo la lezione evangelica che seguiva quest'oggi il tractus era tolta da san Matteo (XX, 29-34), e narrava dei due ciechi risanati dal Redentore; ma quando la liturgia dei IV Tempi venne fusa definitivamente con quella dell'ottava di Pentecoste, si preferì il brano, forse originario, di san Luca (IV, 38-44) col racconto della guarigione della suocera di Simone, giacché la stazione era appunto celebrata nella domus Simonis vaticana. [Omettiamo il testo della lettura]
Tratto. « Lodate, ecc. » come in tutte le solenni vigilie domenicali. Questa notte la sequenza, non facendo parte del verso alleluiatico, non è seguita dall'acclamazione finale alleluia.
La lezione del santo Vangelo è identica a quella del giovedì dopo la terza domenica di quaresima. Gesù entra in casa di Simone ed a preghiera degli apostoli ne risana la suocera. San Francesco di Sales osserva a tal proposito, che la virtuosa malata non è già ella che chiede a Gesù la sanità. Ella è indifferente a star bene o a star male, purché compia la volontà di Dio. Sono altri che ottengono per lei la salute. Ella accetta la grazia con eguale tranquillità di spirito, e tosto impiega le ricuperate forze per accogliere Gesù e gli Apostoli in casa sua, servendoli in quanto loro poteva occorrere.
L'offertorio dei sabati dei IV Tempi è sempre identico: un'antifona tratta dal salmo 87, in relazione col carattere notturno della messa: In die clamavi et nocte coram te.
La preghiera di preludio all'anafora è la seguente: Secreta. Ut accepta Ubi sint, Domine, nostra ieiunia, praesta nobis, quaesumus; huius munere sacramenti purificatum tibi pectus offerre. Per Dominum.
Preghiera secreta sull'oblazione. Perchè i nostri digiuni, o Signore, ti siano accetti, per i meriti di questo sacramento fa che noi ti offriamo altresì un cuore puro. Per il Signore.
Ecco espresso nuovamente il bel concetto che anche noi dobbiamo unirci all'oblazione di Gesù, immolando tra le fiamme dell'amor di Dio tutta la nostra natura.
L'antifona della Comunione contiene un'ultima allusione all'ottava di Pentecoste e al tempo pasquale che sta ormai per terminare. Anche il cantico alleluia, almeno giusta l'antico rito gregoriano, sta per involarsi e far ritorno in cielo: Sed nescis unde veniat aut quo vadat: alleluia, alleluia, alleluia.
Il canto della Comunione deriva da san Giovanni (III, 8). «Lo Spirito sofia dove vuole; tu odi il suo sofio, ma non sai donde venga o dove vada. Lode, lode, lode a Iahvè».
Veramente il testo evangelico greco intende qui parlare, non dello Spirito Santo, ma del vento. Tuttavia, siccome Gesù si è appunto servito dell'immagine del vento per ispiegare a Nicodemo il carattere soprasensibile e soprannaturale della grazia dello Spirito Santo, cosi l'applicazione che di questo versetto ha fatto la liturgia romana nel chiudersi del ciclo di Pentecoste non è del tutto arbitraria.
Postcommunio. Praebeant nobis, Domine, divinum tua Sancta fervorem; quo eorum pariter et actu delectemur et fructu. Per Dominum.
Preghiera dopo la Comunione. Il tuo Sacramento, o Signore, c'infervori santamente, ondo possiamo gioire così della sacra celebrazione di questo sacrificio che della sua efficacia. Per il Signore.
Fervore attuale, gusto spirituale, solido profitto ed avanzamento nella via della perfezione, ecco il triplice frutto eucaristico che la Chiesa oggi ci fa implorare dopo la santa Comunione. Molte volte delle anime si astengono dall'Eucaristia unicamente perchè non sentono fervore o gusto spirituale. Sarebbe come chi dicesse di non mangiare perchè si sente lo stomaco illanguidito. E' questa una cagione di più per accostarsi al cibo. Il fervore ed il gusto seguono la santa Comunione, e non sono già una condizione essenziale per parteciparvi. La Chiesa c'insegna che a ricevere Gesù nell'Eucaristia, anche tutti i giorni, si richiedono solo la purità di coscienza e la retta intenzione. Ora la parola della Chiesa deve bastarci per farci porre da parte ogni molesta esitazione. Del resto, a proposito del gusto spirituale, non conviene attaccarcisi di soverchio, giacché nella preghiera è bene di cercare non tanto il gusto nostro, quanto quello di Dio.
La santa messa chiude degnamente il sacro tempo pasquale. Oramai la redenzione è compiuta, e lo Spirito Santo è venuto quasi ad assicurarne definitivamente l'eficacia, mediante il carattere sacramentale che egli imprime nell'anima. Tale è la proprietà personale del divino Paraclito; egli compie, conchiude, opera sempre qualche cosa di definitivo, al pari d'una conclusione che inevitabilmente ed irremovibilmente sgorga dalle premesse. Ecco la ragione perchè i peccati contro lo Spirito Santo di fatto non ottengono mai il perdono; perchè rappresentano l'ostinazione definitiva dell' anima nell' odio supremo contro il sommo amore.


A. I. Schuster, Liber Sacramentorum IV, Torino, Marietti, 1930, pp. 173-185

domenica 4 giugno 2017

Domenica di Pentecoste


(FOTO by Alessandro Franzoni)

Santa Messa solenne
per il XXVmo di sacerdozio di mons Richard Soseman
della diocesi di Peoria (USA)

Chiesa di Gesù e Maria
via del Corso 45, Roma