mercoledì 5 settembre 2018

5 settembre: san Lorenzo Giustiniani


Girolamo Pellegrini, Gloria di san lorenzo Giustiniani, catino absidale della Cattedrale di San Pietro di Castello a Venezia.

(photo by Nicola de Grandi)





VANGELO

In illo témpore: Dixit Iesus discípulis suis parábolam hanc: Homo péregre proficíscens vocávit servos suos, et trádidit illis bona sua. Et uni dedit quinque talénta, álii autem duo, álii vero unum, unicuíque secúndum própriam virtútem, et proféctus est statim. Abiit autem, qui quinque talénta accéperat, et operátus est in eis, et lucrátus est ália quinque. Simíliter et, qui duo accéperat, lucrátus est ália duo. Qui autem unum accéperat, ábiens fodit in terram, et abscóndit pecúniam dómini sui. Post multum vero témporis venit dóminus servórum illórum, et pósuit ratiónem cum eis. Et accédens qui quinque talénta accéperat, óbtulit ália quinque talénta,dicens: Dómine, quinque talénta tradidísti mihi, ecce, ália quinque superlucrátus sum. Ait illi dóminus eius: Euge, serve bone et fidélis, quia super pauca fuísti fidélis, super multa te constítuam: intra in gáudium dómini tui. Accéssit autem et qui duo talénta accéperat, et ait: Dómine, duo talénta tradidísti mihi, ecce, ália duo lucrátus sum. Ait illi dóminus eius: Euge, serve bone et fidélis, quia super pauca fuísti fidélis, super multa te constítuam: intra in gáudium dómini tui.

(Vangelo secondo Matteo 25, 14 - 23)

Traduzione:

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Un uomo, in procinto di partire, chiamati i servi consegnò loro i suoi beni: a chi diede cinque talenti, a chi due, a chi uno: a ciascuno secondo la sua capacità, e subito partì. Tosto colui, che aveva ricevuto cinque talenti, andò a negoziarli e ne guadagnò altri cinque. Similmente quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Ma colui che ne aveva ricevuto uno andò a fare una buca nella terra e vi nascose il danaro del suo padrone. Or molto tempo dopo ritornò il padrone di quei servi, e li chiamò a render conto. E venuto quello che aveva ricevuto cinque talenti, ne presentò altri cinque dicendo: “Signore, me ne desti cinque, ecco ne ho guadagnati altri cinque”. E il padrone a lui: “Bene, servo buono e fedele, perché sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; entra nella gioia del tuo Signore". E presentatosi l'altro che aveva ricevuto due talenti, disse: “Signore, me ne hai affidati due; eccone guadagnati altri due". E il padrone a lui: “Bene, servo buono e fedele, perché sei stato fedele, nel poco, ti darò potere su molto: entra nella gioia del tuo Signore"».




(photo by Alessandro Franzoni)



AGIOGRAFIA

Nato il 1 luglio 1381 dalla nobile famiglia veneziana dei Giustiniani, dopo aver trascorso la fanciullezza in singolare gravità di costumi, a undici anni fu invitato da una bellissima fanciulla, che gli si presentò come la Sapienza di Dio, ai casti sponsali dell'anima a Cristo, cui egli ben volentieri acconsentì, dovendo qualche anno dopo fuggir di casa per evitare il matrimonio carnale che volevagli propinare la madre. Intanto, scelse attentamente in quale congregazione religiosa entrare, trascorrendo un periodo di massima mortificazione, durante il quale, per esempio, dormiva su nude tavole. Finalmente, entrò nella società dei Canonici regolari dell'isola di S. Giorgio in Alga, entro alla quale fu ordinato diacono nel 1404, sacerdote tre anni dopo e priore nel 1409, applicando le più rigide forme di mortificazione personale, combattendo se stesso e i propri nobili natali, disprezzando la casa paterna nella quale più metterà piede se non per adempiere ai doverosi uffici in occasione della morte della madre, umiliandosi abbiettamente nell'andare a mendicare per i canti delle strade, sopportando ingiurie e calunnie, dedicandosi frequentemente all'orazione mentale, dalla quale spesso entrava in estasi e in perfetta unione con Dio, pel quale il cuore suo ardeva sì tanto da infiammare anche i cuori dei confratelli più vacillanti. Notevolissima battaglia, quella di San Lorenzo Giustiniani, che lo portò alfine alla vittoria sopra di se stesso, la quale sarebbe valsa da fulgido esempio per tutta la riforma cattolica dei secoli successivi. Non un grande oratore, ma un predicatore eccellente, che sapeva far valere il contenuto dei suoi sermoni mettendoli in pratica lui per primo, la qual cosa gli valse la nomina pontificia (da parte di Gregorio XIII) di priore di due diverse congreghe vicentine.

Nel 1433 ricevette da Papa Eugenio IV, ch'era stato suo confratello a S. Giorgio in Alga, la nomina a Vescovo di Castello, la cui consacrazione avvenne il 5 settembre dell'anno stesso, giorno in cui se ne fa memoria liturgica. Pur elevato alla pienezza del sacerdozio, non mancò di osservare la stessa morigeratezza che sempre l'aveva contraddistinto. Si legge nella sua agiografia contenuta nel Breviario Romano: Non cambiando per nulla il suo abituale tenore di vita, conservò continuamente a tavola, nella suppellettile e nel letto, la stessa povertà che aveva sempre praticata. Non aveva che pochi domestici, dicendo ch'egli possedeva un'altra grande famiglia, cioè i poveri di Cristo. A qualsiasi ora si andava da lui, era sempre pronto per tutti, a tutti prodigando la sua carità paterna, e non esitando anche a caricarsi di debiti per soccorrere alla loro indigenza. Richiesto con quale speranza lo facesse: Del mio Signore, rispondeva, il quale potrà facilmente prendersi i miei debiti. E che la sua speranza non fosse delusa dalla divina provvidenza, lo mostravano i soccorsi insperati che gli giungevano continuamente. Costruì più monasteri di vergini, ch'egli formò colla sua vigilanza alla pratica della vita perfetta. Si applicò sommamente a ritrarre le donne dalle pompe del secolo e dalle vanità degli abbigliamenti, e a riformare la disciplina e i costumi nel clero.
Colpito da un morbo mortale, rifiutò il morbido giaciglio che gli era stato approntato, non ritenendolo conforme ai dolori e ai patimenti con cui era morto Nostro Signore, e preferì un letto di scomodità e sofferenza, attorno al quale per due giorni interi si radunò l'intera città lagunare, a piangere il suo santo vescovo. La morte gli sopravvenne l'8 gennaio 1456, attestata da canti angelici uditi da certi monaci Certosini. Il suo santo corpo, che si mantenne integro e incorrotto spirante un odore soave, colla faccia colorita, per più di due mesi che restò insepolto, e fu insignito di nuovi miracoli operatisi dopo morte; dopodiché fu sepolto nell'allora Cattedrale di S. Pietro in Castello. In considerazione di che, il sommo Pontefice Alessandro VIII l'iscrisse nel numero dei Santi. Innocenzo XII poi assegnò la celebrazione della sua festa al 5 settembre, giorno in cui il sant'uomo era stato innalzato la prima volta sulla cattedra episcopale.

Veramente degno si mostrò dunque del dono che gli fu fatto l'8 ottobre 1451, quando Papa Niccolò IV soppresse l'antico e degradato Patriarca di Grado, trasferendo il sì nobile titolo di Patriarca a San Lorenzo Giustiani, non già più Vescovo di Castello, ma Patriarca delle Venezie.
Circa i suoi doni profetici e mistici molto fu scritto. Particolare devozione aveva per l'ostia consacrata, alla quale si accostava con grandissima devozione durante la celebrazione della Messa, tanto che una volta, durante la Liturgia del Natale, anziché la particola vide anzi a sé Gesù infante. Un agiografo scrive di lui, riferendosi alle gravi crisi politiche internazionali che coinvolsero anche la Repubblica nella seconda metà del XV secolo: Era sì grande l'efficacia delle sue preghiere per il gregge affidatogli, che, secondo una testimonianza venuta una volta dal cielo, la repubblica dové la sua salvezza all'intercessione e ai meriti del suo vescovo. Spesso poi fuggì malattie e demoni con le sue preci, e lasciò molti e celestiali poemi di dottrina, pur ignorante quanto alle leggi della letteratura.



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