venerdì 15 novembre 2019

Musica liturgica e Sacrosanctum Concilium (di A.Porfiri)



Un tesoro da conservare e promuovere
Le parole del Papa Benedetto XVI, nei suoi auguri alla curia romana del 23 dicembre 2005, hanno toccato senz’altro in modo molto forte il campo della musica liturgica. Pur se non citata direttamente, parlandosi lì del Concilio nella sua dimensione generale e non specifica, non c’è dubbio che uno dei settori in cui si è creato l’attrito più violento riguardo la giusta ermeneutica del Concilio, è proprio quello dei musicisti di chiesa. Per dirla con le parola di Benedetto XVI: “qual è stato il risultato del Concilio? È stato recepito nel modo giusto? Che cosa, nella recezione del Concilio, è stato buono, che cosa insufficiente o sbagliato? Che cosa resta da fare?”  Applicando queste domande anche al campo della liturgia e della musica possiamo tentare di dare alcune risposte, pur se parziali e non approfondite come dovrebbero. Anche qui la Sacrosanctum Concilium, al punto 112, era stata abbastanza chiara: “La tradizione musicale della Chiesa costituisce un patrimonio d’inestimabile valore, che eccelle tra le altre espressioni dell’arte, specialmente per il fatto che il canto sacro, unito alle parole, è parte necessaria ed integrante della liturgia solenne. Il canto sacro è stato lodato sia dalla sacra Scrittura, sia dai Padri, sia dai romani Pontefici; costoro recentemente, a cominciare da S. Pio X, hanno sottolineato con insistenza il compito ministeriale della musica sacra nel culto divino. Perciò la musica sacra sarà tanto più santa quanto più strettamente sarà unita all’azione liturgica, sia dando alla preghiera un’espressione più soave e favorendo l’unanimità, sia arricchendo di maggior solennità i riti sacri. La Chiesa poi approva e ammette nel culto divino tutte le forme della vera arte, purché dotate delle qualità necessarie. Perciò il sacro Concilio, conservando le norme e le prescrizioni della disciplina e della tradizione ecclesiastica e considerando il fine della musica sacra, che è la gloria di Dio e la santificazione dei fedeli, stabilisce quanto segue”. Insomma, grande cura del passato musicale che non deve essere messa da parte ma usato per quello che possibile e poi una importante chiave interpretativa: la musica sarà tanto più santa quanto più aderirà al rito, ma non in senso puramente funzionale, ma realizzando la bellezza che già il rito serba, come avrebbe detto il liturgista Achille Maria Triacca: la musica amplifica quello che già è nel rito.


I musicisti
Con categorie politiche, imperfette ma necessarie per una comprensione del problema, potremmo dire che il campo musicale si è diviso fra destra e sinistra, fra conservatori e progressisti, fra chi guarda troppo a prima del Vaticano II e chi guarda troppo oltre lo stesso Vaticano II. E la battaglia è stata spesso aspra, senza esclusione di colpi. Coloro che hanno scelto di sottrarsi a questa battaglia e hanno cercato una terza via, quella che suggeriva il Papa nel suo discorso, quella della continuità nella tradizione, non hanno avuto e non hanno ancora oggi vita facile.  L’arma impugnata per la disputa è stata quasi sempre la retta interpretazione della costituzione conciliare sulla liturgia Sacrosanctum Concilium, documento spesso usato per portare avanti visioni unilaterali e personali. Ho potuto assistere a disquisizioni esegetiche sulla stessa come al suo completo oblio in alcuni settori. Mi è sembrato, per esempio, molto singolare che da parte di alcuni ci sia stata una difesa strenua di alcuni paragrafi della SC ma non delle istanze e dello spirito traboccanti dall’intera costituzione conciliare. La lettura fondamentalista della costituzione ha portato ad inasprire ancora di più le contrapposizioni, non contribuendo al progresso della riforma liturgica nella giusta direzione. Lo stesso Papa emerito ci dava un eco di queste confusioni quando citava il testo di san Basilio riferito a come era la chiesa dopo il famoso Concilio di Nicea. Mi rendo conto che tutto questo è stato spesso provocato dall’esplosione di “spirito del concilio” che è stato spesso impugnato per nascondere rivendicazioni personali che nulla avevano a che fare con il Concilio stesso (e tantomeno con il suo spirito). Questo spirito del Concilio talvolta evapora così tanto il senso letterale da farlo praticamente sparire. E anche questo non è stato certo positivo, pur rendendomi conto che spesso non è facile trovare un equilibrio fra lo spirito e la lettera di un documento. Mi è capitato più di una volta di veder citare il Concilio a supporto di tesi che il Concilio non aveva mai portato avanti (e questo da ecclesiastici…).
Alcune contrapposizioni forti, specialmente nel mondo della musica per la liturgia, si dimostrano ancora ben vive e tenaci. Gli schieramenti in vario modo contrapposti rivendicano con molta decisione le loro posizioni in contrasto con altri schieramenti; questo non sarebbe naturalmente un male se fatto con spirito di collaborazione e confronto, con la disposizione interiore a cambiare se ci si accorge che quello che l’altro dice non è proprio campato in aria; del resto il grande filosofo Schopenauer diceva che chi è amico di tutti non è amico di nessuno. Ma, spesso, l’aria sembra quella dell’aut aut, o questo o niente, o noi o nulla, la difesa a spada tratta di questo o quel repertorio o strumento musicale. Io credo che bisogna sempre rifarsi alle acquisizioni più autentiche e condivise che discendono dal documento conciliare, acquisizioni che il Papa nel suo discorso, in modo implicito, autorevolmente avallava e portava avanti. Soprattutto sarà utile riflettere su questo passaggio del discorso in questione: “Dall’altra parte c’è” l’ermeneutica della riforma”, del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa, che il Signore ci ha donato; è un soggetto che cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso, unico soggetto del Popolo di Dio in cammino”. Quanto detto qui dal Papa dovrebbe ben chiarirci la strada da percorrere: rinnovare nella continuità. Per fare questo ci si deve interrogare sui fondamenti di quello che facciamo. Infatti per rin-novare, “rendere nuovo ancora”,  bisogna cercare di comprendere come il soggetto in questione è venuto a determinarsi all’atto del suo apparire.


A che serve la musica liturgica?
Alla musica si richiede una finalità celebrativa importante, essa, come afferma solennemente la costituzione conciliare SC, “parte integrante della liturgia”. Questo è anche il termine di un approfondimento del ruolo della musica nella liturgia che veniva portato avanti anche in seno al movimento liturgico e che trova una sua prima espressione importante nel motu proprio sulla musica sacra di san Pio X del 1903. La musica liturgica non è un accadimento casuale all’interno della liturgia, ma ne è una parte di fondamentale importanza, se ne viene intesa la retta funzione a servizio della celebrazione. Così è sempre stata la sua funzione nei periodi fecondi della storia della musica liturgica. Pensando a quei repertori che anche i conservatori più intransigenti difendono, non si può negare che la loro forza era l’aderenza piena alle esigenze (vorrei dire intrinseche) di quel determinato rito: così è stato per il canto gregoriano e così per la grande polifonia rinascimentale. Tutto questo andava rispettato pur calandolo nelle nuove esigenze rituali. Voi direte: “tutto questo sembra molto bello e poetico, chissà come sarà stato attuato dopo il Concilio”? La mia personale risposta è: c’è stata una grande confusione. Ma questa confusione, era anche prevedibile.. Molte forze tenute inerti fino a che la Messa non permetteva certi modi di partecipazione attiva esterna, si sono risvegliate e si sono proposte per quello che erano, nel bene e nel male, magari procedendo senza grazia o senza attenzione culturale. Molteplici istanze giovanili, in quegli anni molte vive anche per motivi socio-politici, hanno rivendicato uno spazio ai loro linguaggi e alla loro cultura. Gruppi e associazioni, trovandosi sulla breccia,  si sono fronteggiate per difendere questa o quella posizione, la dignità della musica sacra o la funzionalità della musica liturgica. Tutto questo è accaduto, facendo scivolare la domanda conciliare di sostanziale continuità con il passato su quella che possiamo definire “una buccia di banana”. Mentre i marinai litigavano la nave affondava…Vi assicuro che a tutt’oggi il clima che si respira nell’ambito degli operatori del settore della musica liturgica non è tra i più salutari. E io stesso l’ho potuto constatare di persona, facendone più volte le spese. L’equilibrio saggio suggerito dalla chiesa, di un nova et vetera si è scontrato con una realtà tempestosa e spesso agitata da molteplici rivendicazioni. E a questo punto, proprio perché si poteva prevedere una reazione scomposta e non fedele alla SC, si dovevano mantenere gli avamposti, le cappelle musicali e i maestri e organisti che andavano formati alle nuove esigenze. Ma così non è stato, almeno nella maggior parte dei casi. Ma cosa è successo? 


Il professionismo del musicista di chiesa
Nella musica liturgica, si è passato improvvisamente dal professionismo al volontariato, proprio quando l’apporto di professionisti preparati sarebbe stato ancora più necessario per accompagnare la svolta. Professionisti formati alle nuove richieste che provenivano dai documenti conciliari e dai successivi aggiustamenti. Il musicista liturgico, così come chiunque operi in questo ambito, deve avere una preparazione veramente profonda non soltanto nel campo suo proprio, ma anche in altri, così da poter partecipare e contribuire più profondamente alla celebrazione. Ecco perché si richiede una preparazione professionale al musicista e come tale deve essere trattato. Questo è uno dei grandi mali della nostra situazione italiana: il musicista non deve essere pagato, figuriamoci chi suona in chiesa. Ma perché? Quando si fa questa domanda ti tirano fuori tutti i discorsi che si va in chiesa per fede, non per soldi e via dicendo. Ma tutti capiamo che questo discorso è molto mal posto. Certo nessuno deve pagarmi per pregare in chiesa, ma se io presto un servizio alla comunità è giusto che la stessa mi metta nelle condizioni di poterlo fare liberamente. Tutti coloro che hanno studiato musica sanno quanto sia anche costoso dal punto di vista economico e come comporti un notevole dispendio di energie e tempo. Da noi la mentalità, specie, devo dire, in molto clero, non accenna  a cambiare. Diverso è in altri paesi. Nei paesi di area anglosassone per esempio non è un problema il fatto che chi svolge un servizio professionale, anche con la musica, deve essere stipendiato. Negli Stati Uniti molti vivono facendo questo mestiere (cosa da noi impensabile, me compreso). Sono pagati e pienamente coinvolti nella vita della loro parrocchia o cattedrale. Hanno spesso più di un coro e la musica che cantano è sovente di autori contemporanei. Da noi questo è quasi impensabile. Ogni autore è un’isola a sé, sempre pronto a giudicare con la parola “musicaccia” quello che non è fatto da lui. O nella migliore delle ipotesi si mostra rispetto per altri autori ma sempre mantenendosene ben lontani. Credete, le eccezioni sono poche. Io penso ci vuole il coraggio di fare del scelte e degli investimenti nella liturgia. Investimenti anche materiali. Allora si verificherà quel cambiamento di qualità della nostra musica liturgica, si creerà un repertorio (in parte esistono già molte composizioni di ottimo livello di vari autori, laici e sacerdoti) che potrà un giorno forse essere considerato un modello qualora anche il progetto rituale suggerito dal Concilio verrà modificato (magari da un altro Concilio, tra molti molti anni). 


La Sacrosanctum Conclium come continuità
Il Papa ci indicava i documenti conciliari, quindi anche quello sulla liturgia, in continuità con la tradizione della chiesa. Tradizione che non va vista, parlando ancora di musica liturgica, come una collezione di repertori e brani mirabili ma piuttosto come la presenza di una costante che da vita e senso a quello che si va svolgendo. Se gli autori della grande polifonia rinascimentale sono considerati parte della tradizione non è perché loro eseguissero solo i brani di gregoriano ma perché nei loro stessi brani, avevano trovato un criterio che garantiva la continuità con la tradizione precedente. La continuità attuale va quindi cercata nella riscoperta di questo criterio fondamentale che informerà tutti i tentativi che si fanno nel campo. Quale è questo criterio? È l’aderenza piena e assoluta al rito che si va svolgendo, come detto sopra. Ma allora la bontà della composizione non è importante? Lo è proprio perché aderisce a questo criterio. I linguaggi liturgici (non solo quello verbale) comunicano per via emozionale qualcosa del mistero della celebrazione. Per essere a servizio di questa comunicazione, bisogna essere esperti e in grado di piegare la materia (sonora, visiva…) ad esigenze così alte. Quindi la bontà della composizione è importante non in se stessa ma in rapporto a questo discorso. Ci può essere un brano che è scritto benissimo ma che non è adatto alla celebrazione e non rappresenta quindi una continuità con la tradizione precedente. Pensiamo a certi salmi barocchi che durano più di mezz’ora. Quando li ascolto penso che sono bellissimi ma non possono avere oggi un ruolo nelle nostre celebrazioni. Sono stati composti per una diversa idea del rito, rispettabile ma non più attuale. E questo vale per la forma ordinaria e per quella straordinaria del rito romano. Ma a che punto è la nostra ricerca di “un canto nuovo” da affiancare a quelli della grande tradizione che ancora rispondono alle esigenze attuali? 


Cantate al Signore un canto nuovo
Se gli operatori musicali nostrani pensano ad autori contemporanei entrati effettivamente nell’uso delle comunità che celebrano l’eucarestia, penso che devono constatarne la rarità. Togliendo i canti immediatamente successivi al Concilio, che andavano a riempire un vuoto per chi voleva celebrare in lingua italiana, pochi altri si sono imposti negli ultimi vent’anni. Certo, ci sono anche quegli autori che si esprimono con un linguaggio molto simile, se non uguale a quello della musica cosiddetta “leggera”, e le composizioni emanate dai movimenti ecclesiali. Come capirete, avrei molto da dire su questo.
E gli autori più accademicamente preparati? Questi non brillano in genere per la loro diffusione. Onestà intellettuale vorrebbe che ci si domandasse: perché? Cosa non va in chi fruisce di queste musiche? E, soprattutto, cosa non va in chi le compone? Certo, è vero che ricalcando certi modelli musicali che si rifanno a quella che, prendendo a prestito la definizione data da un celebre semiologo, viene definita la “competenza musicale comune” si ottiene un accesso più immediato alla massa delle persone. Ma questo non significa abbassare la qualità della musica, perché noi che crediamo che la musica liturgica deve avere anche una funzione di arricchimento di chi la fruisce (arricchimento emotivo visto nella prospettiva di quello che si diceva sopra); ci chiediamo se questo stesso arricchimento viene lo stesso garantito facendo leva su facili emozionalismi. L’emozione non è il fine della liturgia ma un vettore fondamentale che ti permette di accedere ad altro. Suscitare un facile emozionalismo superficiale, senza un approfondimento compositivo, spirituale ed estetico è ugualmente utile a chi frequenta a vario titolo le celebrazioni? Le emozioni, in se stesse, sono un terreno pericoloso e molto scivoloso, bisogna maneggiarle con cura. 


Una musica per l’oggi
Come far sì che la musica liturgica favorisca ancora quell’incontro mirabile tra il cielo e la terra che solo nella liturgia trova la sua massima espressione? Innanzitutto con  l’adesione piena e completa al rito e alle sue dinamiche funzionali, come più volte ripetuto. Quando un giovane mi chiederà un consiglio e io sarò abbastanza vecchio da darglielo, su cosa sia la cosa più importante nella musica liturgica, forse gli dirò: “osserva e medita il rito”. E’ straordinario pensare a quante profonde implicazioni ci siano dietro alla dinamica rituale. Se solo avessimo occhi puri per guardare cosa vuol dire la forza di un rito, avremmo tutto quello che ci è necessario per esserne trasformati.

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