mercoledì 22 gennaio 2020

Musica Sacra e Liturgia. Il canto gregoriano. (A.Porfiri)



Il canto “gregoriano”

Cominciamo col dire, che possiamo far cominciare tutta la storia riguardante questo repertorio nel…1950 (per modo di dire, ovviamente). Già, proprio in quell’anno si svolge a Roma un Congresso Internazionale di musica sacra. E in quel congresso, un noto studioso del repertorio monodico della chiesa latina, Bruno Stablein, presenta delle tesi che smuoveranno non poco il mondo degli studiosi della nobile materia. Insomma, dimostra l’esistenza di un repertorio precedente quello che noi oggi chiamiamo canto gregoriano (Philippe Bernard, “Sur un aspect controversè de la riforme Carolingienne: “Vieux-Romain” et “Gregorienne”” in Ecclesia Orans, n.7 – 1990, pagg. 163-189 e : Philippe Bernard,  « Bilan historiographique del question de rapports entre les chants « Vieux-Romain » et « gregorien » » in Ecclesia Orans, 11 – 1994, pagg. 323-353; Questi due articoli ci servono come base per esporre la problematica inerente il rapporto tra il canto gregoriano e il romano-antico, dimostrando praticamente quello che tutti sanno (o quasi), cioè l’enorme disomogeneità di quello che talvolta viene considerato un blocco monolitico  ponendo la questione della tradizione del canto liturgico, un discorso del resto sviluppato con studi forse non molto conosciuti nel mondo musicologico italiano dallo studioso francese Jacques Viret).
Già nel passato, altri autori (Cardinal Giuseppe Maria Tomasi di Lampedusa, Domenico Giorgi, Raphael Andoyer) avevano notato dei manoscritti tardivi ma di origine romana non ascrivibili al repertorio classico del canto gregoriano. Li notò anche il celebre gregorianista Dom Mocquerau, nel 1890, durante un suo viaggio in Italia con Dom Cabrol. Qui, a Roma, nella Biblioteca Vaticana, scoprirono due manoscritti diversi dagli altri, il Vat. Lat. 5319 e l’Arch S. Petri F22 (queste sono le sigle con cui sono conosciuti). Il noto studioso però, non sembrò ravvisare tracce di antichità rispetto al gregoriano classico e li definì una “forma imbastardita e senza interesse”, posteriore all’epoca classica gregoriana. In questo caso, non aveva visto giusto. Egli riconobbe che quei manoscritti erano stati in uso, ne riconobbe l’origine romana, ma come visto sopra, li ritenne una specie di editio Medicea ante litteram (presto la incontreremo). Come detto, altri studiosi in seguito formuleranno ipotesi su questo repertorio. Il principale sarà proprio Bruno Stablein.
Egli formula questa ipotesi: il canto Vecchio Romano è più antico del gregoriano che non ha che qualche legame indiretto con Gregorio Magno. Il secondo è la trasformazione del primo che è avvenuta all’epoca di Papa Vitaliano (657-672). Stablein fonda le sue ipotesi anche su una letteratura di epoca medioevale che riconosce a questo Papa una grande opera di riforma della “cantilena” romana (“Zur Frühgeschichte des römischen Chorals” in Atti del congresso internazionale di musica sacra (Roma, 25-30 maggio 1950) in Philippe Bernard, “Sur un aspect…” pag. 166-168). J. Smits Van Waesberghe riconosce il Vecchio Romano (o Romano antico, questi i nomi con cui viene identificato ora) come antecedente al gregoriano e asserisce che il primo è il repertorio della schola pontificia (quella che oggi chiameremmo Cappella Sistina) mentre il gregoriano è una versione monastica usata nelle Basiliche romane. Questo fatto farebbe supporre una rivalità tra la cappella pontificia e i cori monastici nelle basiliche romane. L’epoca in cui tutto questo si svolge sarebbe sempre quella di papa Vitaliano (“’De glorioso officio…Dignitate Apostolica’ (Amalarius): “Zum Aufbau des Groß-Alleluia in den Päplistchen Osterverspern”, contenuto in “Essays presented to Egon Wellesz, Oxford 1966 in Philippe Bernard, “Sur un aspect…” pag. 168-169). Ora ci si potrebbe chiedere l’origine di questo repertorio precedente e perché si è trasformato in quello che noi oggi definiamo canto “gregoriano.”

L’antica liturgia romana

Nell’antica liturgia Romana, c’erano cerimonie liturgiche che le erano proprie e che poi verranno perse durante la riforma carolingia. Queste sono, per esempio, i Vespri festivi della domenica di Pasqua e della settimana detta in albis e le doppie mattine nelle principali feste. Bene, queste sono presenti nei manoscritti in nostro possesso del canto V.R. (a quelli già nominati dobbiamo aggiungere il Codice Bodmer 74 (graduale), Add. 29988, British Museum, Londra (antifonario) e il Vat. Arch S. Petri B. 79 (antifonario)) ma non sono presenti in quelli gregoriani. Nella liturgia romana si ometteva la messa “Omnes gentes” nella settima domenica dopo la Pentecoste. In effetti questa messa non è presente nei manoscritti del V.R. ma lo è in quelli gregoriani. Un altro punto di osservazione importante è quello dell’Avvento, che entrerà nella liturgia romana solo nel VI secolo circa (Aurelio Porfiri, “L’avvento a Roma”, in “Strenna dei Romanisti”, Fondazione Besso, Roma 2002). Esso presenta delle particolarità musicali che permettono uno studio delle differenze tra il V.R. e il gregoriano. Una prima documentazione fissata su manoscritto  del canto gregoriano la abbiamo solo nel secolo VIII. Nell’ “Antiphonale Missarum Sextuplex”, Dom Renè-Jean Hesbert ha raccolto quelli che possiamo considerare come le più antiche raccolte di antifone per la messa a nostra disposizione (antifonari). Essi sono: Cantatorium di Monza (secolo VIII-IX), Graduale di Rheinau (intorno all’800), Graduale di Mont-Blandin (secoli VIII-IX), Graduale di Compiègne (seconda parte del secolo IX), Graduale di Corbie (successivamente all’853), Graduale di Senlis (secolo VIII-IX). Questi antifonari contenevano i testi ma non le melodie che, mi preme ricordarlo, fino a quel momento si erano diffuse per tradizione orale. Uno di questi manoscritti, il Graduale di Corbie, accanto alle antifone di introito e di comunione porta la dicitura del modo in cui venivano cantate e che serviva per indicare il modulo salmodico su cui venivano eseguiti i versi (Alberto Turco, “Il canto gregoriano – Corso fondamentale”, Edizioni Torre d’Orfeo, Roma 1991 pagg.23-26; peril panorama storico successivo al romano-antico, abbiamo attinto anche a questo prezioso volume e ai successivi scrittida uno degli studiosi italiani più conosciuti e attendibili nella materia che stiamo trattando). Tra i secoli X e XI (o qualcosa prima), si comincia segnare sopra il testo delle indicazioni che servivano a ricordare l’andamento della melodia. Prima questi segni (neumi) sono disposti in campo aperto, cioè senza il rigo musicale. Via via questa notazione si farà sempre più precisa, adottando varie soluzioni come i righi colorati per indicare meglio la posizione del semitono. Dobbiamo comunque notare già dai primi manoscritti che hanno una notazione, che il canto gregoriano era già un repertorio evoluto, quindi faceva prevedere un elaborazione precedente molto lunga.
Cosa è successo al nostro canto V.R. durante la rinascita carolingia? Esso viene adottato dai franchi, ma non passivamente. Essi conservano la struttura del V.R. ma immettono le loro ornamentazioni. Da questo incontro nasce il canto che correttamente può essere definito “Romano-franco” e che noi, impropriamente, definiamo canto gregoriano. Il canto V.R., verrà successivamente abbandonato e sopravviverà nei pochi manoscritti che sono a tutt’oggi a nostra disposizione. Almeno questa è la teoria plausibile per dare conto delle origini del canto gregoriano, secondo una certa scuola musicologica francese.
Dopo il mille, in modo speciale (senza dimenticare di almeno citare Guido d’Arezzo), si assisterà ad una fioritura di inni, sequenze e tropi che si potrebbe definire straordinaria. Migliaia e migliaia di queste composizioni musicali e letterarie escono da monasteri e scholae varie, tanto che il Concilio di Trento, alcuni secoli dopo, dovrà metterci un freno e salvarne solo un numero enormemente più ridotto. Ma nel XVI secolo avviene anche un altro fatto molto importante per il “gregoriano”: la cosiddetta editio Medicea.

L’editio medicea

Secondo i nostri antenati rinascimentali, e più precisamente su impulso decisivo del papa Gregorio XIII, era necessario depurare il canto gregoriano dai “barbarismi”; quindi, furono incaricati nel 1577 dei noti musicisti affinché ne approntassero un’edizione, secondo loro, più corretta. Il lavoro verrà compiuto nel 1614 e uscirà con questa dicitura: “Graduale…cum cantu Pauli V, Pont. Max., iussu reformato.” Questa edizione verrà esecrata poi dai moderni studiosi del canto liturgico, in quanto ritenuta colpevole di aver mutilato l’originale purezza delle melodie gregoriane. Intanto però, per vari secoli essa và avanti, tanto che nel 1848, in un’edizione fatta a Malines, sarà ancora la Medicea ad essere presa come base. L’edizione di Malines, a sua volta, sarà presa per un’edizione approntata dall’editore Pustet di Ratisbona e curata dal celebre musicologo tedesco Franz Xavier Haberl (che ne sarà strenuo difensore). La Santa Sede concede la sua approvazione a questa edizione e il permesso di pubblicarla per 30 anni (facendone quindi una sorta di edizione ufficiale del canto liturgico) a cominciare dal 20 gennaio 1871.

Solesmes

Ma a questo punto c’è un altro colpo di scena: un abate benedettino, nella metà del XIX secolo decide di ridare vita alla congregazione di Solesmes. E uno dei mezzi più importanti che utilizza è proprio quello dalla restaurazione del canto liturgico secondo la lezione dei manoscritti. Questo abate risponde al nome di dom Prospero Gueranger. Per questa restaurazione della lezione originale delle melodie, incarica alcuni suoi monaci, come dom Jaussions, dom Pothier (autore del celebre libro sull’argomento “Le melodie gregoriane”) e dom Mocquerau. Proprio quest’ultimo, che abbiamo già incontrato precedentemente, capisce che se si voleva contrastare l’editio Medicea e scongiurare il rinnovo del privilegio allo scadere del tempo concesso dal Papa, si doveva dimostrare l’inattendibilità della stessa e la conseguente affidabilità dei manoscritti medioevali. A questo scopo, egli da vita alla “Paleographie musicale”, in cui riproduce i più antichi manoscritti che aveva a disposizione per dimostrare quanto essi si allontanassero dalla più moderna edizione rinascimentale. Il primo libro di questa serie uscirà nel 1889 e sarà la riproduzione del graduale Sankt Gallen, Stiftsbibl. 339. Questa prima uscita darà anche importanti conferme paleografiche riguardo al Liber Gradualis edito da Solesmes nel 1883. I sostenitori della medicea però, non dandosi vinti, sostengono che con un solo documento paleografico non si poteva sostenere alcuna tesi. A questo punto, dom Mocquerau, nei numeri II e III della “Paleographie musicale”, mostra esclusivamente il graduale “Iustus ut palma” nelle più svariate fonti manoscritte, rendendo così evidenti le concordanze. Successivamente, per farla breve, la scuola solesmense prevarrà, facendo di questo monastero francese il centro di riferimento per quanti oggi coltivano questo repertorio. Per quanto riguarda l’appellativo “gregoriano” con cui è conosciuto questo canto (e che anche io uso per comodità), possiamo dire che esso fu dato alcuni secoli dopo san Gregorio Magno, per riconoscergli senz’altro un’autorità morale e liturgica molto grande. Gli studiosi moderni non credono più che egli avesse avuto un ruolo preponderante nello sviluppo del canto liturgico, anche se non è da escludere (viste le attestazioni molteplici che anche alcune fonti medioevali fanno in questo senso) un suo ruolo importante per la riorganizzazione della sua Schola cantorum. Ma anche qui molti dubbi rimangono.

Conclusione

Quello che ci sembra evidente, in questa rapidissima galoppata nelle vicende del canto liturgico detto “gregoriano”, è il panorama storico estremamente disomogeneo, cosa anche comprensibile parlando della storia di un repertorio che si estende per circa 1500 anni. Un repertorio che va dagli antichi graduali cantati dai solisti delle scholae nel medioevo, alle melodie che ancora noi oggi cantiamo e composte anche non molti decenni fà. Come si vede un arco compositivo amplissimo che dovrebbe invitare ad una salutare prudenza quando si parla di “canto gregoriano” come un tutt’uno. Chi un poco ne conosce sa delle differenze stilistiche fra quello che si cantava nel VII secolo e quello che si cantava nel XIII secolo. Inoltre non si possono dimenticare i molti punti aperti ancora all’attenzione degli studiosi in tutto il mondo.

Aurelio Porfiri

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